Sono passati 50 anni dall’invenzione di Internet, che ha cambiato il mondo, e sembra opportuno interrogarsi sugli sviluppi dell’intelligenza artificiale (IA), che conosce un’accelerazione impressionante. Oltre la metà degli investimenti internazionali va a questo settore, che coinvolge un po’ tutte le attività umane dal caricamento della mente per ottenere super-intelligenze per la colonizzazione dello spazio, per la robotica industriale, per l’uso degli “esoscheletri” nelle guerre, per il cyborg della realtà virtuale, per l’arte operata da un computer, addirittura per la religione di una divinità protettrice che potrebbe rispondere al perché del dolore, delle emozioni negative. Il tutto per la creazione di zombie senza coscienza, che potrebbe compromettere l’umanesimo. Uno scenario mai visto prima con soluzioni imprevedibili in cui è possibile, come sostiene Marshall Brain, che “gli esseri umani diventeranno irrilevanti come scarafaggi”.
La tecnologia dell’intelligenza artificiale sta dando alla vita la coscienza di sé: 13,8 miliardi di anni dopo la sua nascita, il nostro universo si è svegliato ed è diventato consapevole di se stesso attraverso l’uomo. Un miracolo inimmaginabile in cui “da un piccolo pianeta azzurro, minuscole parti coscienti del nostro universo hanno cominciato a rivolgere il loro sguardo nel cosmo per mezzo dei telescopi, scoprendo ripetutamente che tutto quello che pensavano esistesse è solo una piccola parte di qualcosa di più grande” (Max Tegmark). Dalla vita semplicemente biologica siamo passati ad una coscienza ad una vita culturale dominata dall’uomo e oggi si sta realizzando una ulteriore rivoluzione della “vita.3”, che sarebbe padrona del proprio destino e del tutto libera dai vincoli della sua evoluzione.
La ripercussione antropologica è suggestiva ed agghiacciante perché, mentre l’uomo tradizionale, cosciente della propria precarietà, invocava un Dio che ci venisse a salvare, l’uomo dell’intelligenza artificiale si vede alla lunga strumento di una materia intelligente, che apprende diventando sempre migliore nell’implementare le computazioni desiderate.
Fino a che punto l’uomo sarà in grado di tenere il controllo della tecnologia che raddoppia le proprie capacità in modo esponenziale secondo la “legge di Moore”, per cui la complessità di un microcircuito, misurata ad esempio tramite il numero di transistor per chip, raddoppia ogni 18 mesi (e quadruplica quindi ogni 3 anni)?